EDIZIONI MINORITARIE

View Original

Newsletterissime #1: femminismi

Pochi preamboli. Abbiamo intervistato 5 newsletter femministe. In ordine d’apparizione: Senza Rossetto, Ghinea, Stories not Standards, L’Orsa Maggiore, Le Mutande del Lunedì.

Presentatevi brevemente. Preferisco sempre che lo facciano gli altri. C’è sia una componente di mia pigrizia, ma anche di rispetto per l’autodeterminazione. Inevitabilmente la mia presentazione risulterà di servizio e poco appassionata, quindi lascio a voi la parola.

Senza rossetto: Senza rossetto è un progetto che è nato nel 2016 per festeggiare il 70esimo anniversario del primo voto politico delle donne italiane. La nostra data simbolo, infatti, è il 2 giugno perché le italiane votarono (e furono votate) per la prima volta durante il referendum del 1946 tra monarchia e repubblica. Siamo nate come podcast letterario, che all’interno di ogni puntata ospita il racconto inedito di una scrittrice italiana letto dalla sua viva voce. Dal 2016 abbiamo prodotto tre stagioni del podcast (più alcune puntate speciali), che nel tempo si è evoluto e da progetto commemorativo è diventato uno spazio in cui parlare più ampiamente di femminismi e parità di genere, ora siamo anche una newsletter bisettimanale che ospita interviste, approfondimenti, recensioni e racconti. Usiamo i sociali (soprattutto Instagram) per fare divulgazione e a inizio 2020 abbiamo pubblicato un libro (Le ragazze stanno bene, HarperCollins Italia) in cui, raccontando come noi ci siamo avvicinate alle questioni della parità di genere, proviamo a fare il punto della situazione in Italia e nel mondo Occidentale per i diritti delle donne.

Ghinea: Ghinea è, come ci piace chiamarlo, un progetto di amore e politica che abbiamo messo in piedi nel 2018 per condividere la nostra educazione femminista in tempo (quasi) reale. La nostra newsletter esce l'ultimo giorno di ogni mese e raccoglie ciò che abbiamo letto, visto e ascoltato e le nostre riflessioni al riguardo, come un taccuino in continuo divenire. All'inizio eravamo noi tre a scrivere tutto, ma molto presto abbiamo cominciato a invitare chi ci legge a proporsi per contribuire a Ghinea. Questo è forse l’aspetto più stimolante e importante della newsletter, e ci è utile un po' per mitigare almeno in parte la verticalità della divulgazione sistemandoci nella posizione di chi impara, un po' per decentrarci rispetto al nostro progetto proprio sfidando la valenza di quell'aggettivo possessivo: in che senso Ghinea è nostra? E nostra di chi? Noi non consideriamo la newsletter come qualcosa che appartiene a noi tre soltanto, bensì come uno spazio comune, seppur virtuale, in cui chiunque può alzare la mano e prendere parola.

Stories Not Standards: Ho deciso di aprire la newsletter nel settembre 2018, dopo un paio d’anni che gestivo un profilo Instagram nel quale facevo recensioni di libri. L’avevo aperto, un po’ ingenuamente, per tenere traccia dei libri che avevo letto e che volevo leggere e per confrontarmi con altre persone a cui piacevano le stesse cose che piacevano a me, anche se non ero assolutamente in grado di gestire la presenza social che richiede un canale come Instagram (all’epoca non conoscevo il fenomeno bookstagram!). Mi sono chiesta, così, quale fosse il modo migliore di comunicare e condividere senza dover passare per dei like che mi rendevano ansiosa e poco concentrata sul contenuto. All’epoca lessi molte volte questo articolo che parlava di internet, ansia, solitudine, malattie croniche e “Manifesto Cyborg”. Lo trovai illuminante e infatti fu anche il primo articolo che linkai nel primissimo numero. La newsletter insomma mi sembrava il modo più riparato di approcciarmi e di approfondire i temi che mi interessavano lontano dai ritmi social e le scadenze imposte: un posto tranquillo in cui condividere la fantascienza femminista, i libri diversi dal solito che leggevo, la stregoneria, l’ecofemminismo, la mia musica preferita.

L’Orsa Maggiore: In origine era Ecate, la Triplice Dea, ma poi per varie vicissitudini è diventa L’Orsa Maggiore, una newsletter a cadenza mensile che tratta di astrologia, mitologia e astronomia in chiave femminista e antispecista. Abbiamo scelto di chiamarla così per un evidente riferimento alla costellazione del cielo boreale formata da 7 stelle principali: ci sembrava il nome perfetto con cui palesare le intenzioni della newsletter ed effettivamente lo è. A scrivere siamo in due ma una scrive di astrologia e mitologia e l’altra di astronomia, visto che ci siamo conosciute per caso su un social proprio cercando di far dialogare queste due meravigliose discipline, mentre gli scientisti erano a caccia dell’astrologa (per bruciarla, ovviamente) e l’astronoma non riusciva a capire per quale ragione accanirsi in maniera così brutale sull’astrologia. Entrambe studiamo da tanti anni e nel confronto abbiamo pensato di creare uno spazio ampio di condivisione. Immaginiamo le nostre lettrici come delle archeologhe dell’inconscio: mettiamo a loro disposizione i racconti sul cielo (esteriore ed interiore), così possono orientarsi in modo autonomo e sperimentare la loro mappa natale, cioè il tema natale. Conoscere i valori più segreti e il nostro potenziale psichico ed immaginativo è compito anche dell’astrologia che, accanto alle basi teoriche astronomiche, si rivela utile a tutte per dare valore a questo sapere.

Mutande del Lunedì: ho iniziato con la newsletter nel 2013 quando sono andata via da un sito dove una volta alla settimana facevo una cosa simile, raccogliendo link interessati di principalmente a tema lgbtqi+ e foto. La voglia di scrivere era bella finita da  tempo ma alle mutande ero affezionata, e così ho deciso di farne una newsletter. Per alcuni anni è stata una cosa molto artigianale che mandavo con tutti i contatti ccn, dopo un po’ sono passata a Tinyletter per praticità personale e per farne una cosa più degna. La prima versione era infarcita di foto, ma con l’approvazione di sesta/fosta internet s’è un po’ svuotato di immagini queer nsfw e questa cosa non smette mai di rattristarmi. Cerco di compensare a questa perdita facendo scouting di fotografi/brand di lingerie o simili queer/sostenibili eccetera, il che è sempre una bella lotta.

La newsletter è una forma editoriale molto interessante. È discreta e ti arriva direttamente nella mail. Ma soprattutto c’è un grande lavoro di filtro delle informazioni e di cura del contenuto. Mi sembra quasi una sorta di patto segreto tra te/voi e le lettrici. Perché avete scelto la newsletter piuttosto che altri media, tipo blog, microblog, telegram, testate giornalistiche con stagist* non pagate? (A parte senzarossetto che è anche un podcast)

Senza rossetto: Per noi scegliere di fare una newsletter è stata quasi una necessità. Il nostro podcast ha una struttura molto precisa e una produzione complessa, per cui non è mai stato semplice fare una puntata. Inoltre, avendo questa struttura definita, non abbiamo mai potuto spaziare più di tanto tra i vari argomenti. La newsletter è diventato quindi uno spazio in cui potevamo seguire anche spunti diversi, approfondire temi che non sarebbero entrati nel podcast. Ci piaceva l’idea di arrivare direttamente al lettore, dargli un contenuto che potesse leggere dove e quando voleva. E ovviamente è più semplice per noi da gestire, non avremmo mai avuto la forza e il tempo di creare un sito articolato o fare delle pubblicazioni più ravvicinate. 

Ghinea: Ci piace l’attuale rinascimento delle newsletter. Come dici tu, la newsletter è molto essenziale e tutto il processo non potrebbe essere più semplificato: non richiede che un’iscrizione in pochi passaggi ed evita sia la ricerca attiva a chi vuole leggerci sia la pubblicità insistente a noi. Inoltre quello che mandiamo non è un link che poi bisogna ritrovare, ma un messaggio che resta nella casella di posta e può essere letto in un secondo momento o consultato alla bisogna; nel nostro caso è importante che sia così perché siamo solite inviare mail molto lunghe e ricche, impossibili da leggere in un’unica sessione. Rispetto ad altri media più veloci, la newsletter ha una scadenza tale da permetterci di non reagire a caldo agli avvenimenti per poi emettere un’opinione impulsiva. Troviamo sollievo nel dover aspettare la fine del mese prima di scrivere, nell’essere costrette a prendere tempo, vedere come si sviluppa una notizia e decidere se sia rilevante o meritevole di commento non mentre sta accadendo bensì dopo, quando siamo in possesso di più elementi di valutazione e ci troviamo a maggior distanza (anche emotiva).

Stories Not Standards: Nonostante io sembri molto a mio agio online in realtà faccio sempre molta attenzione a cosa condivido, in che modo e quanto. Lo spazio pubblico che occupo è sempre mediato da una forte ansia: sto condividendo troppo? Troppo poco?

Io poi parlo principalmente di fantascienza femminista, che non è propriamente un argomento popolare, per cui la newsletter mi sembrava la scelta ottimale, una persona se vuole si iscrive, se no non importa. A volte scrivo delle cose che vanno un po’ più sul personale e nei giorni successivi c’è sempre qualcunx che si disiscrive dalla newsletter ma questo non mi dà fastidio, perché anch’io ho un estremo bisogno di scegliere con attenzione gli spazi che occupo, sia online che nella vita, e di controllare il rumore di fondo dei social e della rete. Una cosa che non avevo calcolato quando ho aperto la newsletter è stata l’opzione “rispondi”: non credevo che le persone fossero interessate a rispondere a una newsletter, invece mi arrivano spesso dei messaggi e ho potuto intrattenere delle conversazioni davvero piacevoli con tante persone, e di questo sono molto grata.

L’Orsa Maggiore: Non volendo abbiamo anticipato parte della risposta nella prima domanda ma in realtà oltre al voler trasferire dei contenuti specifici in uno spazio condiviso, abbiamo scelto la newsletter perché sì è uno strumento immediato e libertario ma soprattutto è perfetto se si vuole essere anonime come noi.

Mutande del lunedì: ho esattamente scelto la newsletter perché la percepisco come uno spazio privato e poco invadente, sia per me che per chi la riceve. Anche da fruitrice ormai preferisco la newsletter a diversi altri sistemi - siti, social eccetera- per restare informata. È discreta, puoi smettere di seguirmi se ti annoio, mi consente di farla con cadenza regolare ma senza lo stress indotto di dover aggiornare un sito/blog controllare le statistiche varie, rileggere i refusi, fare i lanci sui social, rispettare le scadenze, e soprattutto mi consente di scegliere quanto voglio o meno essere presente come persona e quanto invece sparirci in mezzo. Poi per la formula che ho deciso di darle, link più immagini, non penso avrebbe senso di esistere in nessun altro formato.

Quello che fate è sicuramente un lavoro politico che parte dal presupposto che con la politica e con la cultura non si mangia. Però da mesi, se non anni mi chiedo, ce la faremo un giorno a essere retribuite per quello che faremo e non soccombere al capitalismo? E come?

Senza rossetto: AHAHAHAHAHAH... NO (ormai siamo disilluse)

Ghinea: Hai lasciato fuori la parte più importante della domanda: pagate da chi? Il fatto che Ghinea non ci dia da mangiare è senz'altro una spia del nostro privilegio (abbiamo i mezzi materiali che ci permettono di dedicarci a un progetto culturale senza scopo di lucro), un privilegio che cerchiamo di usare con responsabilità. Siamo libere di scrivere tutto quello che vogliamo con il linguaggio che riteniamo più appropriato: non lo scambieremmo con una retribuzione.
Al contempo, osserviamo come sta cambiando il panorama della creazione di contenuti attorno a noi, soprattutto grazie a piattaforme come Patreon. Molti dei podcast e delle newsletter che seguiamo sono finanziati direttamente da chi ne usufruisce e permettono a chi li produce di non dedicarsi ad altro: è una soluzione che porta con sé del rischio ma anche un'alternativa rispetto all'omogeneità dell'informazione e dell'opinionismo corporate. Noi siamo del parere che finché non affronteremo spese (e per ora non ne vediamo la ragione) non abbia senso chiedere soldi a chi ci legge, ma se pensiamo a un futuro in cui Ghinea diventa remunerativa non ci immaginiamo negli ingranaggi dei gruppi editoriali, bensì supportate dal basso da chi trova che il nostro lavoro abbia un valore e può contribuire a sostenerlo.

Stories Not Standards: Ho il grande privilegio di fare un lavoro che amo e che mi permette di trascorrere del tempo a divagare di fantascienza e streghe ogni tanto, senza scadenze fisse. Non credo di voler percepire del denaro per questo. Tuttavia la domanda che poni è giusta e molto importante, non tanto per me ma per chi quotidianamente si spende nel lavoro politico e culturale per cambiare un po’ le cose. A costo di andare fuori tema: negli anni Settanta Lotta femminista chiedeva il salario per il lavoro domestico e di cura per le donne, un lavoro di cui il capitalismo si era appropriato e su cui ha prosperato a spese di milioni di persone; oggi il capitalismo si è appropriato dell’ambiente e della biosfera, privatizzati e dilaniati in nome del profitto e si è creato un precariato diffuso e sempre più instabile, che oggi mai come prima sta emergendo. Ma insieme a questo emerge anche quello che la ricercatrice Miriam Tola chiama un lavoro di “cura diffusa”: l’attivismo nei territori, le lotte di migranti e braccianti, le lotte delle sex worker, il lavoro che svolgono quotidianamente le associazioni e i collettivi transfemministi e LGBTQI+, magari in provincia in mezzo al nulla, i centri antiviolenza, le case editrici indipendenti che ci rimettono pur di pubblicare testi validi, chi vive di musica o teatro, gli spazi sociali e culturali gestiti completamente da volontarx, e in generale tutto quel lavoro culturale che ritiene che trasmettere saperi sia un lavoro di cura nei confronti del territorio e di chi ci abita. Tutte queste realtà creano reti, precarie è vero, ma indipendenti e libere fuori da ogni mercato. Non ho risposte, ovviamente, se non citare il già enorme e ammirevole lavoro che ha fatto e sta facendo Non Una di Meno per il reddito di autodeterminazione, ma io un po’ di conforto e speranza lo trovo in questo, nell’intersezionalità delle lotte, nel mettere insieme il “para todxs todo” zapatista, il “creare parentele” di Donna Haraway e le radicali possibilità del margine di bell hooks. Io penso che questo sia l’unico modo per non soccombere.

L’Orsa Maggiore: Speriamo che non diventi mai e poi mai un lavoro. Ci troviamo molto d’accordo con le ragazze di Ghinea, soprattutto con la loro chiusa.

Mutande del lunedì: come hanno saggiamente detto prima di me, non vorrei mai diventasse un lavoro. Qualche anno fa su un muro ho letto la scritta “il lavoro si mangia metà della vita” ed è così, il lavoro si mangia già buona parte della mia e della nostra vita, mi piace pensare che occuparmi delle mutande sia un po’ l’equivalente “culturale” di gestire le piante sul balcone, qualcosa che resta genuino.


Quello che intendevo non era di essere pagate per il vostro lavoro di newsletteriste ma sulla necessità di essere pagate per fare del lavoro culturale. (Poi di fatto anche noi ci sosteniamo grazie ai finanziamenti di chi ci segue). Anche perché è piuttosto arduo stare in equilibrio tra il sottrarsi dalla logica del profitto, la pretesa di non lavorare per la visibilità e il sessismo nel lavoro. 

Senza rossetto: Siamo d’accordo con tutto quanto detto sopra. Ammettiamo che negli ultimi tempi, da quando l’impegno su Senza rossetto per noi è diventato davvero tanto, scherzando ci chiediamo spesso “Perché non può diventare il nostro lavoro?”. Però subito dopo ci chiediamo: a che prezzo? Vorremmo davvero far sottostare una cosa che facciamo per il piacere di farla a delle logiche di mercato del lavoro? Al di là delle questioni etiche e di coerenza che anche le altre hanno citato (o come dici tu Antonia, la difficoltà di “stare in equilibrio tra il sottrarsi dalla logica del profitto, la pretesa di non lavorare per la visibilità e il sessismo nel lavoro”), proprio a livello di successo del progetto (e con scarsa modestia) pensiamo che queste cose finora le abbiamo fatte bene proprio perché le abbiamo sempre fatte contando solo sulla nostra voglia e senza dover rendere conto a nessuno. Quindi boh, c’è una risposta? Certo pensare che il lavoro culturale possa sempre e solo contare sulla passione della gente è sbagliato, ma dall’altro lato vogliamo veramente che diventi lavoro?

Ghinea: Vale lo stesso discorso. Che il lavoro culturale vada pagato ci trova tutte d'accordo ed è il principio su cui alcune di noi stanno cercando di trovare il proprio spazio in un panorama parecchio affollato. Il problema però è che se ci guardiamo attorno la realtà, anzi le realtà sono molto diverse. E non è neanche più una questione di mezzi economici. Quante storie abbiamo letto di lavoratori e lavoratrici sottopagatə o addirittura non pagatə in grandi gruppi editoriali o testate giornalistiche? D'altra parte, però, ci sono una bella tradizione e soprattutto un interessante presente di lavoro militante e distribuito gratuitamente, i cui esempi sono noti e non hanno niente a che vedere con retribuzioni. In mezzo esiste di tutto, compresi progetti come il vostro che pur con mezzi limitati non si sognerebbero mai di chiedere lavoro gratis. Questo per dire che i discorsi generici su questo argomento rischiano di rivelarsi dannose semplificazioni.


Storiesnotstandards: Considero il lavoro culturale una parte di quel lavoro di “cura diffusa” che citavo sopra, quindi senza ripetermi rimando a quanto detto sopra (che forse era più centrato qui).

Mutande del lunedì: la penso 100% come le risposte prima delle mie (e non avrei saputo dirlo meglio)

L’Orsa Maggiore: anche noi siamo d’accordo con le risposte precedenti, aggiungiamo soltanto che possiamo contare su una trasformazione del lavoro culturale, proprio a partire da una pratica più consapevole, come poi sembra proprio che facciamo tuttə qui. E questo è un fatto. L’altro fatto è però che ci sono tante angolazioni, per cui il discorso della remunerazione diventa più complesso. Difficile dare una risposta omnicomprensiva.

Adesso una domanda un po’ perniciosa. Come usate la componente online nelle vostre pratiche femministe? E come il femminismo potrebbe usare meglio gli strumenti digitali?

Senza rossetto: Per noi l’online è stato fondamentale per diversi aspetti. Prima di  tutto perché i linguaggi che abbiamo deciso fin da subito di adottare (podcast e newsletter) per parlare dei nostri interessi sono linguaggi di internet. Quindi se non esistesse l’online probabilmente non esisteremmo. In secondo luogo perché ci ha permesso di fare rete e di studiare, di leggere, di informarci (cose che ci sembrano abbastanza fondamentali per il mondo in cui noi intendiamo il femminismo). Anche su questo tema, però, entra in gioco un discorso simile a quello fatto sul lavoro: ora internet è pieno di contenuti che si rifanno alle tematiche femministe. Sono efficaci perché tutto fa brodo o stiamo veramente andando incontro a un appiattimento di queste tematiche? Anche qui, non abbiamo una risposta. Nel nostro piccolo possiamo dire che forse la parte che meno ci appassiona di tutto il nostro progetto è la comunicazione social perché per funzionare ha delle regole precise che spesso ci danno l’idea di non poterci esprimere appieno. Però è anche la cosa che se fai bene paga di più. Quindi a cosa rinunci? Alla possibilità di farti sentire o alla necessità di rispondere a delle logiche che senti estranee? 

Ghinea: Ci sono diversi motivi, soprattutto legati a disabilità visibili e non, che non permettono alle persone di partecipare a pratiche collettive fuori dalla dimensione virtuale e di conseguenza queste fanno del loro attivismo il centro sul web. Essendo noi nella condizione di poter fare e l'una e l'altra cosa, internet è una forma di divulgazione e per questo Ghinea nasce per rilanciare notizie e invitare a scoprire cose e farsi domande.

Storiesnotstandards: Anche per me stare online è importante. Amo molto internet e le possibilità che offre in termini di informazioni, materiali, alleanze e spazi sicuri. Il femminismo in cui mi riconosco è intersezionale, antirazzista e anticapitalista, per cui provo sempre un po’ sconforto quando vedo il successo di alcune iniziative online e social che utilizzano e semplificano i temi femministi per pubblicizzare dei brand. Mi interessano molto invece le varie iniziative e progetti volti a rendere la rete e in generale la tecnologia e lo spazio digitale ancora più sicuri e accessibili a tuttx: in particolare consiglio molto il lavoro del collettivo Design Justice e il libro omonimo di Sascha Costanza-Chock che spiegano molto bene come anche nella tecnologia e nella rete si riproducano le stesse disuguaglianze, (micro)aggressioni e discriminazioni che avvengono nella società nei confronti dei corpi non bianchi, non binari e disabili, e si battono per una tecnologia accessibile e algoritmi inclusivi. Penso che sia fondamentale pensare all’accessibilità e all’inclusività anche all’interno del lavoro culturale, che spesso si occupa solo in teoria delle esperienze meno privilegiate e concretamente non fa nulla per metterle al centro. Purtroppo non sono un’informatica o una programmatrice ma credo che alcune piccole accortezze (l’uso di caption e sottotitoli nei video, il testo alternativo sotto le immagini, l’uso di font leggibili, l’uso di un linguaggio non discriminante, inclusivo e comprensibile) siano praticabili facilmente e anzi ci diano modo anche di riflettere sui contenuti che proponiamo.

Mutande del lunedì: quest’anno più che mai mi sembra che tutta la mia vita si sia drammaticamente spostata online, riversando in modo esclusivo sulla rete quello che erano interessi, affiliazioni e pratiche, femminismi inclusi. Ho sempre trovato la rete una immensa risorsa, e conservo ancora un po’ di quell’ingenuità per cui i social fanno anche e soprattutto “cose buone”, nonostante spesso le nette evidenze del contrario. Per usare meglio gli strumenti digitali il femminismo dovrebbe migliorare l'accessibilità e la ricercabilità delle informazioni e dove possibile fare più rete, nella misura di “non arrivare alla pagina 10 di google per trovare qualcosa che poteva agilmente essere linkato da un’altra parte”, per anche per affondare l'immenso mare magnum di roba brutta che si attacca addosso l’etichetta di “femminismo” e inquina tutti gli spazi possibili.

L’Orsa Maggiore: Fondamentalmente noi facciamo divulgazione astrologica in chiave femminista e antispecista, per cui il web è una dimensione essenziale ma non escludiamo la presenza negli spazi di condivisione e confronto, anzi è un obiettivo. L’attivismo comunque non ha solo una forma, anzitutto perché non tutte le persone hanno il privilegio di poter partecipare fisicamente alle pratiche collettive e poi perché la nostra newsletter vorrebbe dare un contributo nella riformulazione della rappresentazione del mondo attraverso un sapere antico basato sul linguaggio dei simboli. L'astrologia è già di per sé una pratica individuale e collettiva, basti pensare all’uso che ne fanno le popolazioni indigene, perché invita ogni persona a intraprendere un percorso di consapevolezza basato sull’empatia razionale e il rispetto del tutto. Certo, senza una visione inclusiva e intersezionale, è impraticabile. 

5.

Ci segnalate altre newsletter interessanti?

Senza rossetto: A parte le presenti :) sulle questioni di genere a noi vicine leggiamo In Her Words del New York Times, quella di Literary Hub (soprattutto per le questioni letterarie), quella di NewsMavens, Girl’s Night In, Brain Pickings di Maria Popova, la nuova Quid di Paolo Armelli e Daniele Biaggi. Poi, non strettamente legate ai nostri temi, ci piacciono Zio di Vincenzo Marino, Da Costa a Costa di Francesco Costa, Link molto belli di Pietro Minto…

Ghinea: Oltre alle citate, i nostri amici Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi curano Medusa, che si occupa di Antropocene e catastrofe climatica. Poi in lingua inglese c’è Mirabilary di Anne Boyer.

Stories Not Standards: Seguo con grande ammirazione il lavoro delle newsletter presenti in questa intervista. Oltre a queste e a quelle già citate amo molto In altre parole di Chiara Reali e Dafne Calgaro e The Syllabus di Evgeny Morozov, che è una newsletter personalizzabile.

Di recente ho scoperto i canali Telegram che funzionano più o meno come una newsletter, ci si iscrive e si ottengono rassegne e approfondimenti davvero interessanti: Melting Pot Europa e Balkan Route Newsfeed mi aggiornano quotidianamente sulla situazione tragica e vergognosa che sta avvenendo alle porte del nostro continente; Battiture dà aggiornamenti e approfondimenti sulla situazione delle carceri italiane; Asteroidea e Scrematura sono due canali in cui trovare approfondimenti su transfemminismo e attivismo. 

L’Orsa Maggiore: Per la newsletter di astronomia ci affidiamo a quella di Astronomia.com, sito internet aggiornato per quanto riguarda gli accadimenti cosmici nell’Universo. Seguiamo inoltre il filone dei canali Telegram che hanno la stessa funzione delle newsletter e alle già menzionate aggiungiamo: la mucca libera che in primis è una trasmissione radio di approfondimento sull’antispecismo ed ha un canale Telegram appunto.

Mutande del lunedì: oltre alle presenti sono grande fan di Maybe Baby di Haley Nahman e The Collected ahp di Anne Helen Petersen, due newsletter estremamente diverse dalla mia, dense e super personali. Per link, meme e cose matte COVEN Berlin, poi le varie newsletter tematiche del New York Times che sono sempre ricche di spunti.